Il Mattino | Settembre 2001
Dal coloniali di papà, a signori dell’oro nero.
Dal retrobottega ad un'industria in grande stile, ad un marchio che, grazie soprattutto al caffè in cialda, seduce palati in tutti i Paesi europei, negli Emirati Arabi, Sud Africa, Stati Uniti, persino Cuba, Cina e Russia. Un'immagine già vista in questo viaggio fra storie di uomini e donne che fanno impresa.
Ma questa volta, la storia ha uno sfondo nero, denso e profumato, quello del caffè. Un tesoro che per secoli ha stregato viaggiatori e predoni, spingendoli ad avventure su rotte rischiose, a caccia di questo tesoro di oro nero.
La storia dei Gioia nasce nel 1950 ad Eboli, in un piccolo negozio di coloniali. Papà Domenico, un proprietario terriera, l'acquista da un italo-americano rientrato ad Eboli. I primi passi commerciali sono prudenti e Domenico non vuole distrarre i figli, Fausto studia ingegneria, Vito e Filomena insegnano. Ma, intanto, il "coloniali' promette bene. La lavorazione è alla buona. il caffè si tosta e si impacchetta manualmente nel retrobottega. Gli effluvi che invadono il negozio stregano i clienti. L'aziendina cresce. Nel '70 diventa familiare, nel '79 è un'industria, nell'81 si trasforma in un organizzazione per vendita a terzi. La Srl le conferisce dignità societaria. Fausto lascia gli studi per l'azienda. Ma è nell'85 che la Caffè Gioia smette definitivamente la dimensione artigianale, quella dei pacchetti che si confezionano a mano, e sceglie l'opzione del ciclo industriale ed automatico. Da Eboli, le volute aromatiche valicano le Alpi e si espandono in Austria, Germania, Paesi Scandinavi, e poi negli altri continenti. L'azienda si delocalizza a Campagna, fra fattorie e frutteti. Ed il business, dopo Fausto, chiama all' appello anche Filomena e Vito, che, lasciati registri ed alunni, diventa amministratore unico.
«La nostra forza è la cialda», confessa Vito Gioia. «Noi vi abbiamo investimenti quando nessuno ci credeva. E' a questa rivoluzionaria confezione a filtro che dobbiamo il nostro sviluppo. Grazie a questa scelta innovativa, anche se piccoli, nel consorzio ESE sediamo accanto a colossi come Illy e Lavazza».
La produzione
ESE è l'acronimo di Easy Serving Express il modo facile di preparare il caffè. In casa o in ufficio, la singolarità sta nel caffè sempre perfettamente dosato e racchiuso in un filtro ecologico. Non sporca, non lascia residui, conserva il suo aroma fin quando non si apre la confezione. Nell'attuale capannoncino di 1.000 metri quadri, dove lavorano 14 addetti, accanto alla linea che impacchetta confezioni da 250 grammi per le famiglie e pacchi da un chilo per la Linea Bar, tre macchine sfornano ininterrottamente migliaia di cialde al giorno. La produzione in "wafer", infatti, costituisce oltre il 50 per cento dei profitti. Il fatturato in miliardi é ancora ad una cifra. Ma la crescita costante del 30 per cento ogni anno lascia intuire che il passaggio a due cifre non è lontano. «Eppure non siamo ricchi», precisa Vito Gioia. «L'innovazione ci costringe a continui investimenti in tecnologie. Ci stiamo anche allargando. Entro qualche mese, su una superficie di 5000 mq, l'area coperta passerà a 2,100 mq. Stiamo costruendo altri due capannoni. Uno servirà a stoccare gli imballaggi, l'altro i prodotti finiti. I marchi, oltre quello tradizionale, sono diventati quattro».
E mentre disegna le novità di un futuro che, come sfondo però, conserva il colore nero, ci guida tra strane macchine che prima pesano, decorticano, tostano, spietrano i chicchi in vasche nel sottosuolo, poi li trasportano e li stoccano, in sette grandi contenitori quadrati, dove il caffè è messo a "riposare".
Il segreto
«Sono i nostri scrigni dove custodiamo le nostre sette miscele, il nostro tesoro. Il nostro segreto, invece, è nei tempi di "posatura", prima dell'imballaggio. li caffè deve "stare", così prende più corpo. I dosaggi, poi, sono un segreto industriale racchiuso in una scheda che conosciamo solo noi. Quando é il momento della lavorazione, la consegniamo ai tecnici che si limitano ad inserirla nel computer, ma non ne conoscono i contenuti». Sarà certamente un segreto quello che consente di trarre dal chicco il massimo della fragranza. Giustissimo un vecchio slogan che fa ancora scuola: il caffè é un piacere; se non fosse buono, che piacere sarebbe! Ed il piacere nasce da un raffinato dosaggio di varie qualità. «Due sono essenzialmente - spiega Gioia - le qualità del caffè, il "robusta” e l' “arabica”. Il primo é la base, la forza della bevanda, il secondo da l'aroma, il valore aggiunto della qualità. Dalla loro miscelazione dipende quella rotondità del gusto che ci conquista».
Ma anche il caffè dei Gioia è "in carriera". Ha conquistato tutte le caserme della Campania e della Basilicata, dove ufficiali e truppa lo gustano dalle macchinette automatiche. E a Salerno? Quasi introvabile, una rarità. «E’ una nostra scelta di marketing», dice Gioia. «Oltre ad essere un mercato difficile, Salerno non rientra tra i territori di nostro interesse. Per nostra politica, siamo diventati una tipica azienda export-oriented. Dobbiamo molto al Consorzio Ese, ma anche alla Camera di Commercio di Salerno, se ai nostri tradizionali mercati l'Europa e gli Usa, si sono aggiunti anche la Cina, la Russia ed il Giappone. Possiamo dire, ormai, che oltre alla pasta, il pomodoro, la mozzarella, la moda, anche il caffè é un potente vettore del made in Italy. Se il Brasile è la patria del caffè in natura, l'Italia è il tempio della sua lavorazione. In qualsiasi paese del mondo, bar o il ristorante più in voga è quello dove si gusta caffè italiano».
La chicca
Oltre ad un raffinato decaffeinato in cialda, altro fiore all'occhiello, i Gioia hanno un'altra "chicca" in serbo per i loro mercati. Tra poco, primi e per ora unici tra i piccoli, tosteranno con una macchina ecologica, abbandonando quelle tradizionali a legno o carbone o gpl che possono lasciare residui nel caffè. La nuova macchina sarà uno scambiatore di calore, dove sarà l'aria, e non il contatto diretto con fiamma, il vettore che, tra il focolaio ed il contenitore, tosterà il caffè. Infine, gli scenari futuri. I Gioia di terza generazione, Vito, Fausto e Filomena, sognano di conquistare l'Europa con joint-venture e franchising. Anche Parigi, Londra, Francoforte, Bruxelles o Stoccolma, stanno convertendo la loro ciotola, colma del tradizionale "beverone" vagamente somigliante al caffè, nella tazzina con l'espresso italiano. Grandi scena pensati anche in grande silenzio. In fondo, la vera forza è nella modestia, nell'umiltà con cui la si nasconde. E l'understatement, il navigare defilati é di casa qui a Campagna. In questa silenziosa fattoria, sperduta nella piana di Eboli, che ricorda tanto le fazendas sudamericane, i "padroni" viaggiano su vecchie Thema, vestono in jeans, offrono caffè agli ospiti, ed indossano il camice bianco dei visitatori quando entrano nell'area di lavorazione.